domenica 8 aprile 2018

Manu - Distanza 0 (Manu Production, 2017)

Emanuele Gallo e la sua Manu Production irrompono sul mercato con "Distanza 0", un lavoro vago, di difficile interpretazione, per la sua propensione a sfuggire alle definizioni più ovvie pur avendo una base rhythm'n'blues modaiola che può ricordare sia boyband in voga ormai vent'anni fa (N' Sync, Backstreet Boys, Westlife) che i vari fuoriusciti, Justin Timberlake e Ronan Keating, per citarne due. In realtà, trasuda anche di italianità ma sono i linguaggi eccessivamente pop a prendere il ruolo di protagonisti, riversati in brani che come il singolo e title-track fanno dell'orecchiabiltà il loro unico punto di forza. Il discorso vero è il senso di anacronistico, di già sentito, su cui non si può passare sopra ogni anno per centinaia di dischi. Se anche gli arrangiamenti dei brani più delicati, come "Sempre per Sempre" e "Sarai la Sola", sono di gran classe, ritorniamo sempre al palo con "Flashback", una versione underground - nel senso che la celebrità ancora non è arrivata - dei più pessimi Benji & Fede
Quando si sconfina nell'elettronica, vedi "L'Ultimo Rintocco", sentiamo Emanuele dove vorremmo realmente sentirlo, cavalcare synth e ritmiche dispari con quel piglio pop che suona alla perfezione. Altro momento alto è "Un Piccolo Bacio", che forse meritava una spinta maggiore dal punto di vista ritmico, una ballad di grande livello che ricorda il migliore Baglioni, e soprattutto, se analizzata nell'ambito del radiofonico, può certo risaltare e farsi notare.
La cura nei testi c'è, così come l'interpretazione. L'uso delle parole non è magistrale, ma è raffinato al punto giusto, rimanendo dentro la cornice del pop senza scadere nel banale e senza nemmeno addentrarsi nel barocco. 

Intendiamoci, qui tutto è curatissimo, dai testi all'esecuzione, passando per songwriting, missaggio, mastering, concezione, confezione. Ascoltare Baglioni, Venditti, Mengoni e poi tuffarsi nella scena italiana con queste capacità è senz'altro degno di nota, ma anche inutile. I contenuti, infatti, sono quello che sono, forse solo all'orecchio del sottoscritto, ma certo è che non c'è più alcuna necessità di musica di questo tipo. 

domenica 25 marzo 2018

Mirco Menna - Il Senno del Pop (Volume!, 2017)

Da Bologna, Mirco Menna si lascia alle spalle la sua personale predilezione per Modugno - sempre nettamente udibile, sia chiaro - per arrivare ad una produzione (quasi) totalmente propria, indicativa di un percorso dove la graduale presa di coscienza dei linguaggi pop lo hanno condotto a produrre un disco di alto spessore pur rimanendo entro i confini del radiofonico. 
Questo "Il Senno del Pop" salta a pié pari tra momenti ballabili e altri più riflessivi, non dimenticando il sacrosanto principio dell'inserimento di un contenuto, esplicitamente o più tra le righe, in ogni caso presente. "Sole Nascente" e la riproposizione di "Chiedo Scusa se Parlo di Maria", già edita, sono i momenti più intensi e intrisi di significato, pregni di una metodicità anche compositiva che fa riflettere. Per essere pop oggi serve obbligatoriamente seguire uno schema o può essere sufficiente trovare il modo di recapitare agevolmente ogni tipo di messaggio? La seconda sembra essere la via prescelta da Mirco, quando sceglie di traslare nell'immediatezza un brano comunque complesso e con un vago deficit di energia nell'arrangiamento, ovvero "Arriverai", dove uno strepitoso Enrico Guerzoni al violoncello (ci sarà nuovamente in "Da Qui A Domani", altro altissimo capitolo di questo lavoro) tiene alta la soglia dell'attenzione anche con i vuoti, ove manca. Non è l'unico caso di ospite che monopolizza l'attenzione poiché accade nuovamente con la tromba ne "Il Descaffalatore", laddove un Maurizio Piancastelli in grande spolvero si intesta gli onori del disco regalando un senso di alienazione costante che impreziosisce anche le parole interagendo con il loro significante. Suona bizzarro ma totalmente finalizzato all'obiettivo foderare il disco di grandi contributi esterni, con una direzione artistica notevole, e i risultati si sentono e non possono essere messi in discussione. 

Principale pregio di questa intelligente uscita dell'emiliano è senza dubbio la sua complicità con il piano dell'orecchiabile, con cui tenta di fondere un'ingente fame di raccontare e di farlo senza seguire alcuna regola. Il risultato è un lavoro che non scoccerà nessuno, ma rischia al contempo di passare inosservato. Certo, ogni musicista si augura che il proprio pubblico cresca in ampiezza e in affezione, ma a volte si sceglie di sguazzare in una sana e vitale qualità che, di suo, non potrà incontrare un'approvazione universale. Questo probabilmente è il caso, un caso da cui non distrarre l'attenzione nel futuro. 

mercoledì 14 marzo 2018

Chiara Giacobbe - Lionheart (Sciopero Records, 2017)

38 anni, alessandrina, formazione musicale accademica: è questo l'identikit di Chiara Giacobbe, violinista e songwriter già al lavoro con, tra gli altri, Trent Miller, Yo Yo Mundi e Antonio "Rigo" Righetti
Scendendo nei meandri di "Lionheart" scopriamo subito il talento spaziale della Giacobbe, armata del suo violino suonato con foga circense in "My Mexico" e di un primordiale spirito autobiografico, mutuato da ascolti certamente di alta scuola cantautorale, che emergono con prepotenza e altrettanta matura sincerità nei brani più posati, come la title track e "I Can't Get Over You". Niente strizzate d'occhio al pop moderno, nessun eccesso di tecnica, ma colorazioni blu e gialle, senza troppa allegria, che esplodono in un tripudio di energia ("Let You Breathe") o imbrogliano l'ascoltatore ("Pet Lion") irretendolo in quel bisogno indotto di un cantato che invece il pezzo, strumentale, non intende soddisfare. E funziona, forse, meglio così. Il resto certamente non risulta all'altezza dei brani citati, pur rimanendo in una cornice qualitativa pienamente sufficiente. Qualcuno individua nelle parole di Chiara un exploit di femminilità, l'urgenza di spiegare al mondo cosa e come sente una donna, messaggi che possono arrivare fin dove la musica non sovrasta le liriche e diventa protagonista. La Chamber Folk Band, infatti, composta da musicisti di alto livello come Daniele Negro, Marco Rovino, Luca Bartolini, Rino Garzia e Andrea Chellini, segue la piemontese in maniera fedele e attenta, dando il giusto lustro alla sua voce e al suo modo di comporre, ma in più di qualche occasione predominano, relegando dietro le quinte il contenuto dei brani per portare l'ascoltatore a quella naturale propensione per il semplice approccio melodico tipica dell'italiano medio che non conosce l'inglese. Tornando ai musici, basso e batteria marciano dritti e possenti, dando al folk, al bluegrass, al blues più cantautorale e di stampo americano un accento più rock, mentre sono eccezionali gli altri strumentisti a tentare di conferire cenni di novità stilistica ad un prodotto tanto ben confezionato e costruito, quanto "vecchio", seppur nel senso meno negativo del termine. 

Un lavoro pregiato, sartoriale, gonfio di un'eleganza antica ma strafottente, perché è anche giusto togliersi lo sfizio di fare la musica che piace, senza porsi il problema di essere giocoforza innovativi.  

mercoledì 3 gennaio 2018

Vallanzaska - Orso Giallo (Maninalto!, 2017)

La storia formazione milanese dei Vallanzaska, veri portabandiera dello ska punk all'italiana, arriva all'undicesima fatica discografica con questo "Orso Giallo", rinsaldando nuovamente la collaborazione con la label Maninalto!. Dai tempi di "Cheope" sappiamo cosa aspettarci da Davide Romagnoni e soci, con tutti i tratti tipici dello ska, ovvero ritmi in levare, rapidi, per far muovere il culo, conditi con tematiche impegnate mescolate ad un'ironia acuta e piccante, che non disdegna anche il coinvolgimento politico. Non a caso, quest'ultimo lavoro è inaugurato da "Assessore", classica sequela di stilettate alla classe dirigente che non può mancare - con i tempi che corrono - in un album di questo genere, senza parlare della conclusione a questo punto prevedibile, intitolata "Donald Trump" (in verità un manifesto piuttosto pessimista, e a ragione, sul futuro della nostra società così americanocentrica, nelle mani di una persona così...). Quest'accoppiata di per sé non rende giustizia ad una carriera di ottime pubblicazioni, ma rappresenta pienamente cosa attendersi dal rimanente materiale. Reggae in "Dubai" ed "Easy", ska full-speed in "Balla" con la sua strepitosa satira sulle magliette indossate dal loro pubblico,  una follia nonsense sulla salsa di soia che macchia l'abito poco prima di un colloquio di lavoro ("Soia"), per finire poi sulla crisi di mezz'età, il periodo in cui si decide di mettere la testa apposta e dunque "Non Pogo Più". Non può mancare qualche riferimento alla cannabis ("Quando E' Gatta"), anche qui con più di qualche boutade provocatoria benché inoffensiva. La canzone più emotiva è sicuramente "Sei Qui", dedicata ad un fonico che ha lasciato la band, mentre il momento massimo a livello lirico si ottiene con "Io Non C'Entro", caricatura molto ben riuscita, pungente al punto giusto, per descrivere un atteggiamento molto italiano: "non ne so nulla, non ho visto niente, non sono fatti miei, io mi faccio gli affari miei". Non è una citazione del testo, ma questo è il succo. Meritevole di una menzione a sé è sicuramente anche l'arrangiamento di "Ragazzo Distratto" con il pianoforte che gioca in maniera intelligente e mai scontata con le chitarre, prima del climax che si manifesta con l'inserimento dei fiati. Come in tutti i dischi di questo genere, i fiati sono fenomenali e Piras non sbaglia un colpo. Ottima anche la sezione ritmica, che tiene banco per tutta la durata dell'album in maniera precisa e ben tirata. La composizione è ormai a colpo sicuro, nel senso che basta ripetere qualche stereotipo per accontentare i fan ormai fedeli da venticinque anni. 

In generi come questo, o il reggae, o i baluardi dell'elettronica più di nicchia (drum'n'bass, techno, dubstep), variare troppo è visto come un errore, e la formula vincente è quella che fa muovere il culo. I Vallanzaska nonostante gli anni passano sanno sempre il fatto loro e non ce n'è per nessuno. 

lunedì 1 gennaio 2018

YATO - Post Shock (autoproduzione, 2017)

"Post Shock" è il primo sforzo discografico di YATO ("cantautore electro vocal", che troviamo addirittura nel nome dell'artista su Spotify!), alias scelto da Stefano Mazzei per esordire sulle scene italiane. Si tratta di un lavoro dalle forti sonorità elettroniche, appunto, cantato però in italiano, e che quindi per forza di cose deve confrontarsi con la band che più di tutte ha fatto di questo genere un'arte: i Subsonica. Soprattutto a livello melodico, per tastiere e bassi, ci sentiamo i bei tempi di Pierfunk e Boosta alle prese con le prime contaminazioni funk rock, reggae, new wave,  ma chiaramente le influenze vanno oltre, risalendo a quelli che sono i luminari del genere anche per i torinesi stessi: Depeche Mode, Kraftwerk, saltuariamente anche Joy Division e CSI/CCCP. Infatti, la particolarità di questo lavoro è che sembra un disco electro pop fatto da un grande ascoltatore di alternative rock italiano (Verdena, Afterhours, Il Teatro degli Orrori, per citare almeno qualche nome importante), e ciò si avverte in maniera evidente in "Ormonauti RMX", degna chiusura del disco, e "Consciok". "Post" è la critica ai social network che ormai ci si aspetta ma che non ha assolutamente nessuna ragione d'essere, sebbene il brano risulti tra i migliori anche in virtù di quell'inizio così malinconico e tetro capace di spostare per un momento l'asse del disco dal ballo alla riflessione. Picchi d'ironia e satira non nascondono un approccio smaliziato all'arrangiamento da canzone d'autore, solo colorato da qualche synth e beat sintetico, come ad esempio "Le Teorie Possibili". "Idolatrina", una delle tante parole macedonia in cui ci imbattiamo nel disco, ha un testo quasi nichilista ma di fatto potrebbe passare tranquillamente in radio, ed è l'esempio migliore di come il fiorentino sia in grado di circumnavigare tutto il continente dell'elettronica, dai suoi frangenti più pop-friendly a quelli underground, inaccessibili al grande pubblico. 

Il lavoro è sicuramente di alta qualità, a livello di suoni, scrittura, atmosfere coerenti con i messaggi, attitudine. L'intenzione si sente tutta ed è esplicitata sempre molto bene con una solida architettura anche lirica, che non nasconde la buona capacità letteraria e compositiva del giovane Stefano. Difficile muovere note critiche, ma sarà sicuramente difficile trasformare un primo sforzo di questo calibro in un seguito uno scalino sopra come ci si aspetta. Da tenere d'occhio. 

venerdì 29 dicembre 2017

Mauro Pina - L'Ho Scritto Io (Pirames International, 2017)

Mauro Pina non è un nome sconosciuto nel panorama musicale italiano, quantomeno agli sguardi più attenti. Ormai vent'anni fa pubblicava un pezzo arrangiato per lui da Dario Baldan Bembo, tentava una collaborazione con Lucio Dalla, e tra le altre cose fondava un'agenzia musicale, conduceva un programma radio e tentava di farsi notare con un pregiato tributo a Lucio Battisti che ha avuto i suoi momenti di successo. Il cantautore erbese arriva solo nel duemiladiciassette al suo primo sforzo discografico scritto di proprio pugno, un esordio al fulmicotone che lo proietta subito piuttosto in alto, anche vista l'ambizione di fare un lavoro complesso, lungo, un disco integrale che vede addirittura ospite Rosalinda Celentano, assente dalle scene da almeno due decenni. 
Cosa contiene dunque "L'Ho Scritto Io", con questa dichiarazione d'intenti così virulenta inserita già nel titolo? Il contesto di fondo è un pop di pregevole fattura, che spesso salta di genere in genere - come nel pop è giustificato fare - per dare uno spettro molto ampio di sfumature, atmosfere, emozioni, pur peccando di un'eccessiva eterogeneità. "Ora Basta" e "La Risposta" risuonano di progressive rock italiano, gli stessi stilemi trovano il funky in "L'Uragano" in uno sposalizio ideale, e "Inconfondibile" ricorda sicuramente i Beatles, pur avendo dalla sua un'anima delicata e molto radiofonica che rammentano di più il pop italiano degli anni settanta, quando i suoni inglesi iniziavano a fare breccia nella nostra scena. Nei momenti più intensi, come "Can Be Really So", forse si perde un po' il senso di quelle interpretazioni sì dinamiche ma anche precise e malinconiche, dove la voce di Mauro risiede nel suo habitat naturale: fate attenzione ad esempio a "Momenti", un folk americano rivisitato in salsa italica, di conseguenza una ballata, dove la resa vocale è al suo massimo. 

I testi, le melodie, gli arrangiamenti, le scelte nel mixing e nel mastering: tutto suona brillante e studiato al punto giusto, per una confezione che definisce questo lavoro anche dal punto di vista del contorno, dell'estetica - ad eccezione della copertina davvero orribile e "vecchia" - non tralasciando ottimi contenuti lirici. Come già detto, la troppa diversità delle varie canzoni può giocare a sfavore, ma in generale la valutazione del disco non può scendere sotto un buon sette. Congratulazioni a Pina.

lunedì 25 dicembre 2017

Edoardo Pasteur - Dangerous Man (autoproduzione, 2017)

"Dangerous Man", uomo pericoloso. Autore genovese, testi in inglese, ispirazioni americane. Un esordio ambiziosissimo, una sorta di Icaro del songwriting, a partire dall'interpretazione scolastica della lingua anglosassone tipica di noi italofoni che fin da subito distoglie l'attenzione dal prodotto. Dado, questo uno degli alias di Edoardo Pasteur, prova a togliersi dal cilindro il suo capolavoro personale, centrifugando tutta la sua cultura musicale in un concentrato di rock, folk, musica d'autore inglese e americana. Ci sentiamo Bob Dylan, i Dire Straits, Leonard Cohen, i lavori solisti di Robert Plant, ma anche effervescenze latinoamericane, cenni lontani di blues à la John Lee Hooker. Alcuni riferimenti sono al limite del plagio, come "Hey Hey You (The Warriors") con il cantautore di Duluth, in ogni caso un pezzo che suona spontaneo e tra i momenti più alti, complice forse anche la contaminazione cinematografica che spunta celebrando Walter Hill e il suo "Guerrieri della Notte", nella versione inglese intitolato appunto "The Warriors""Brothers (Paris 13th November 2015) è quasi un elegia funebre, seppur con un arrangiamento che la nobilita elevandola a ballad di classe, dedicata ai morti del Bataclan in quello che sembra essere l'attentato terroristico che più ha sconvolto il mondo musicale, che ne sta dando fin troppe interpretazioni, riletture, commemorazioni. Il brano è in realtà molto riuscito, e la critica non è assolutamente rivolta al buon Dado, qui sicuramente commosso, genuinamente s'intende, e in grado di dare profondità al significato del testo anche senza svolazzi vocali e iperboli tecniche. Molti sono i pezzi che suonano standard, già sentiti o comunque fuori fuoco, ma quando si predispone sulla scacchiera il proprio set di mosse più studiate si riescono a scorgere gli effetti delle tante influenze: le cornamuse scozzesi di "Princess Gaze" e il riff di "Big Fish" (altro riferimento al grande schermo, stavolta in omaggio a Tim Burton) che suona come i Santana di "Abraxas" o di "Caravanserai", anche se lo scheletro del brano richiedeva forse un maggior sostegno ritmico.

Di fatto, il difetto principale di questo lavoro è la sua eterogeneità. Superato l'impatto, quasi brutale, con un inglese tanto imperfetto quanto antimusicale, i singoli pezzi risultano tutti gradevoli, ben congeniati, con un gran lavoro alle spalle. Manca però la coesione, e per lavori di questo tipo a volte è necessario anche ragionare su come dare corpo ad un'opera unica piuttosto che a un best of slegato. O forse no? Del resto siamo nell'epoca dello streaming online, le cose sono cambiate, boh...chi lo sa, in ogni caso un'opera che merita l'attenzione che sta ricevendo. 

giovedì 21 dicembre 2017

Luca Bash - Oltre Le Quinte (autoproduzione, 2017)

Luca Bash nasce come violinista, poi conosce la passione per la chitarra acustica e la canzone d'autore. Fonda anche una band, i Bash appunto, che lasciano un segno profondo nella sua anima di musicista, quasi quanto l'incidente in moto che lo mandò in coma qualche giorno. 
Bastano pochissimi minuti, al primo ascolto di questo "Oltre Le Quinte", per capire che chi lo interpreta ha molto da dire, sa come farlo, e ha intenzione di farlo arrivare al destinatario. Il mittente di questo messaggio ha deciso di scriverlo in due lingue, componendo anche la versione in inglese "Keys of Mine", utilizzando tutti gli stereotipi del pop e del rock per imbastardare il tutto in una canzone d'autore volutamente radiofonica che perde di senso proprio nei momenti in cui riesce ad avere maggiore orecchiabilità. I frammenti migliori sono quelli dove si sbizzarrisce con la sua amata chitarra, anche approfondendo l'effettistica ("Come Il Sole" e i suoi delay eterei), ad esempio in "Ti Canterò di me e della Libertà" con il suo assolo finale che calamita tutta l'attenzione risultando uno dei momenti più memorabili di tutto il (lungo, troppo lungo) disco. 
Quando compare un po' di funky ("Tre e non più di tre", "Nu Shu", questa un po' più blanda) si balla ma si notano anche i limiti di una composizione eccessivamente eterogenea, dove ogni brano ha un suo carattere facendo un effetto greatest hits. "Per Non Dire No" svisa nel reggae accennato, vagamente Police nel basso, e "Swing Lover" non nasconde già dal titolo cosa si sta ascoltando. 

Racconta Luca che i vari musicisti coinvolti hanno composto le proprie parti rimanendo dove si trovavano, senza fare grandi session tutti insieme. Purtroppo, questa cosa non è un pregio. La disomogeneità esorbita dai limiti dell'accettabile, rende tutto slegato e quasi ardito. Tuttavia Luca sa scrivere, sa comporre, sa andare oltre agli steccati che delimitano la sua possibilità di esprimersi, facendo parte di un genere totalmente asservito a delle linee di demarcazione spesso invalicabili. Per questo motivo, "Oltre Le Quinte" è comunque ascoltabile e in un certo senso chiama ad un giudizio democristiano, perché è impossibile annientarlo quanto è impossibile venerarlo ed innalzarlo a capolavoro. La verità sta nel mezzo. 

lunedì 18 dicembre 2017

Marco Ro' - A Un Passo da Qui (Romabbella Records, 2017)

Di nuovo critica sociale, anche in questo "A Un Passo Da Qui". Sarà forse sfortunato il sottoscritto, ma ogni volta che ci si avvicina ad un nuovo disco di un sedicente cantautore, si arriva a questo. In realtà, il romano Marco Ro', utilizza toni un po' più accesi e variopinti, cedendo anche a qualche calembour, perché non ha senso fare pop - di questo si tratta - senza ironia. E' comunque un linguaggio che non vuole essere satira, ma intende affrescare in maniera limpida storie e racconti con lo scopo di sensibilizzare, proprio come vuole il progetto di riferimento a cui risale questo lavoro, in collaborazione con Laura Tangherlini di Rai News 24. Si parte dai profughi siriani, dalla storia di Reema ripresa nella title-track, per arrivare ad un'introspezione su di noi, su quello che vogliamo come popolo ma anche come artisti. Divertente e ispirato il featuring con la cantante russa Kira Franka, un brano ("Mosca Mon Amour" è il titolo) che utilizza l'espediente dei brani italiani più celebri all'estero per affrontare un argomento molto serio, ovvero la perdita di identità, la difficoltà di ritrovarsi in un mondo che ci appartiene poco, a noi che siamo un popolo di emigrati a fasi alterne, da sempre. Sonorità mediorientali ("Dune"), momenti più densi e tesi ("La Scala Mobile", un riferimento a questo meccanismo economico che ormai ricordiamo solo nei libri di testo), blues tradizionale ("Sul Paradosso"). Ecco che il lavoro assume l'aspetto di una tavolozza di colori molto completa, che approfondisce varie sfumature e le riesce a sviscerare rendendole cariche di significato. 
L'interpretazione di Ro' non è male, e in più punti si riesce ad apprezzare la sua conoscenza ritmica molto approfondita, datagli da un passato come batterista jazz. Anche la Tangherlini interpreta qualche passaggio, in particolare in "Dune", e la sua voce rende sicuramente il brano prezioso e completo. Generalmente, gli arrangiamenti si apprezzano meno dei testi e della vocalità di Marco, ma hanno il pregio di essere generosi, di dare respiro ai brani regalando più di qualche buon momento strumentale, infine di non essere per nulla banali e stantii. 

Un progetto sensato. Triviale dirlo? No, di fatto è questo il carattere fondamentale di un'opera musicale "impegnata". O ha senso, o non ce l'ha. Qui ci siamo. 

sabato 16 dicembre 2017

Massimo Priviero - All'Italia (Moletto Edizioni Musicali, 2017)

Quasi penso di avere le traveggole, ultimamente, quando vedo che continuano a spopolare cantautori, cantastorie, narratori di vario genere che tentano di raccontare come stanno le cose in Italia. Il divario tra le generazioni, la mafia, la corruzione, ultimamente il clima di inferiorità vissuto dalle donne, e dagli immigrati, infine il terrorismo. Insomma, le solite cose che siamo abituati a sentire ovunque, nel chiacchiericcio di dj stanchi che blaterano alle due di mattina su RTL ai ben più chiassosi talk show, per finire nel disagio assoluto di una domenica pomeriggio in compagnia di Barbara d'Urso. 
La musica, ultimamente, ha assorbito questi linguaggi di polemica continua, di sofferenza, di stanchezza diffusa, andando a saturare il mercato di esemplari, come questo "All' Italia", che tentano di cavalcare l'onda del momento. Andiamo dunque a vedere, con la giusta imparzialità, se è l'ennesimo disco "di troppo", o se il cantautore veneto Massimo Priviero ha invece qualcosa da dire. 
Interessante è da subito notare come moltissimi titoli, otto per l'esattezza, riprendano luoghi geografici ben definiti, identificando subito il disco come un'opera di viaggio, ispirata, se si analizzano le metriche, il linguaggio, l'interpretazione, ai Grand Tour di Goethe e Lassels, o se rientriamo nell'universo musicale, a quei Bob Dylan e Bruce Springsteen spesse volte autodichiaratisi fan di Kerouac, lo stesso che in più occasioni ha reso omaggio al bop di Charlie Parker. Mettendo insieme tutti i nomi citati, si riesce ad inquadrare a malapena la cornice che spiega la naturalezza con cui ci si sposta sul mappamondo dentro a questo disco, anche se alla fine si ritorna in Italia con "Basso Piave", pezzo conclusivo che chiude il cerchio del Massimo Priviero viaggiatore con il classico rientro nella propria patria. Il viaggio è passato per il "Bataclan", per il "Mozambico", per il terremoto del "Friuli '76", avvenimenti e luoghi non proprio connessi a pensieri allegri, ma rientrare nel proprio Veneto ha quasi un senso di rientro da una lunga giornata di lavoro, quando si riesce finalmente ad appoggiare il culo al divano. 
Lettura interessante viene data in "Aquitania" della depressione, dell'assenza di dignità anche nel lavoro, dell'arretratezza mentale che riscontra un giovane emigrato trentino nel tentativo di trovare fortuna in Francia. Siamo nel secondo dopoguerra, e pochi anni prima siamo a "Fiume" - che sarebbe meglio chiamare Rijeka, dal suo vero nome - città croata della celebre impresa dannunziana che costò la vita a molti italiani per compiacere il fascismo mussoliniano di casa nostra, che qui viene narrata senza giudizi storici, sintetizzando i drammi dell'epoca nella classica storia del bimbo rimasto senza padre, morto per l'appartenenza ad una razza, come ancora oggi è molto comune nel mondo. 

Contenuti, narrazione, interpretazione vocale, tutto fila liscio. Gli arrangiamenti, invece, sono molto banali, anche se non ci si aspetta l'impennata progressive in un disco che di fatto è canzone d'autore vecchio stile. Il mixing e il mastering sono molto curati, dando alla voce quel protagonismo che è indispensabile in prodotti di questa risma. I suoni scelti sono coerenti: a volte ricadono nel songwriting americano, altre in quello irlandese, sovente anche nel classic rock. In generale, l'importanza delle parole soverchia la musica, relegandola a mero accompagnamento ed è comunque, ripetiamo, corretto e giustificato dentro i confini di questo genere.

Per concludere, Priviero qui ha dimostrato di saper raccontare alla propria maniera cose che stiamo sentendo da tutte le parti da ormai cinquant'anni. Questa capacità di reinterpretare la banalità con un'individualità forte gli rende onore ed è, di fatto, il motivo principale per cui questo disco non naufragherà nell'oceano di cloni che ci sono in giro per la nostra penisola. 

sabato 14 ottobre 2017

Iron Mais - The Magnificent Six (Maninalto!, 2017)

Sono già passati due anni da quando milioni di telespettatori incollati davanti a X Factor sono stati investiti dal "rock agricolo" degli Iron Mais. Non andarono molto oltre le selezioni, ma la loro caratterizzazione molto forte ed ironica, un'estetica a dir poco sopra le righe, così come la diversità dal mucchio di aspiranti popstar modaioli e commoventi, li ha sicuramente fatti rimanere nella memoria di molti, a dire il vero più di alcuni vincitori. Si, perché con banjolele, violini, banjo, contrabbassi e un po' di ritmica, questi ragazzi sono un sestetto fuori dagli schemi, che punta tutto sulla simpatia e su una notevole capacità strumentale che gli permette di riarrangiare grandi classici come "Nothing Else Matters" dei Metallica e "Another Brick in the Wall" dei Pink Floyd senza mancare di rispetto agli originali. 
Il risultato è un misto di folk, bluegrass, musica western, che loro chiamano ora "cowpunk" e come definizione è pure calzante. Sono sei gli inediti, sei piccole perle di verismo moderno ritagliate sui personaggi che interpretano, in primis il frontman Testa di Cane, gonfie di un sarcasmo intelligente e che non fa leva sugli stereotipi di oggi per far ridere. Per intenderci, si riesce a scherzare sulla necessità di fare il tagliando al trattore, senza ricorrere a battute sui social network o sui talent show. Non poteva mancare un tributo agli Iron Maiden, da cui prendono nome e font del logo, con una "Can I Play with Madness?" veramente azzeccata, forse la miglior rivisitazione dopo "Rhythm of the Night" dei Corona che vince su tutti gli altri brani quanto ad orecchiabilità. Visto che questo pezzo, dai Bastille a retrocedere negli anni, lo hanno rifatto centinaia di artisti, vogliamo dargli uno spazio in rotazione? I ragazzi lo meritano veramente. 

"The Magnificent Six" inquadra perfettamente quello che vogliono gli Iron Mais. Divertirsi, divertire, suonare. Non serve gingillarsi con assoli, tempi dispari, urla sperticate. Basta la voglia di salire sul palco e spaccare tutto. Quando si è in grado di farlo, si arriva, anche se non si suona come i Radiohead. Congratulazioni, veramente. 

mercoledì 4 ottobre 2017

Gizmodrome - Gizmodrome (Ear Music, 2017)

Un supergruppo è un progetto musicale composto da personaggi che precedentemente facevano parte di altre band importanti o note. Facendo qualche esempio (Blind Faith, Asia, Emerson Lake & Palmer) si noterà che per lo più si tratta di progetti con una matrice molto seriosa, quasi si trattasse di forze sovrannaturali che si sono unite per creare qualcosa di un gusto superiore. Come spiegato nel libretto dal batterista Stewart Copeland, la premessa con cui i Gizmodrome si sono formati è semplicemente quella di quattro amici che si sono trovati insieme per divertirsi creando un po' di musica: il fatto che questi amici siano stati in giro con gente come i Police, i Talking Heads, David Bowie, Frank Zappa e  i King Crimson passa quasi in secondo piano. Di certo,  comunque, ascoltando la musica non si ha quel timore reverenziale che si ha con altri progetti del genere e che, qualche volta, tende a scadere nella pretenziosità. 

Dei quattro membri del gruppo, il predominante è di sicuro Stewart Copeland che scrive quasi tutti i testi, compone molte delle musiche e canta tutte la voci soliste. Questo ultimo fatto può sembrare curioso, considerando che due degli altri membri del gruppo, oltre che come strumentisti, sono famosi anche come cantanti solisti mentre Stewart, all'interno dei Police si limitava principalmente a suonare la batteria; in effetti, sicuramente non possiede le capacità canore dei suoi colleghi e certamente ha un'estensione limitata e una timbrica non particolarmente pulita. Eppure, il suo modo di cantare è personale e decisamente piacevole e ben si sposa con i testi ironici che scrive. Non dimentichiamoci, inoltre, del suo progetto solista coevo ai Police, Klark Kent, nel quale cantava e suonava tutti gli strumenti, con pezzi che come atmosfere erano molto simili a quelli dei Gizmodrome; a dire il vero, due brani facenti parte di quel progetto ("Stay Ready", "Strange Things Happen") vengono riproposti anche in questo album, in versioni di gran lunga superiori agli originali per via degli arrangiamenti e delle esecuzioni più brillanti. Ovviamente, però, Stewart Copeland dà il meglio di sé alla batteria: il suo drumming potente e caratteristico che aveva dato tanta personalità ai brani dei Police è intatto anche nei Gizmodrome, con l'aggiunta di un sapiente utilizzo di pattern Africani e di un buon uso delle percussioni. Al basso troviamo Mark King, il frontman del celebre gruppo pop funk Level 42, famoso per il suo massiccio uso della tecnica dello slap che dava un colore più "nero" alla musica. Tuttavia, secondo chi scrive, King dava il meglio di sé quando suonava in pizzicato: si ascoltino, ad esempio, le geniali parti di basso di brani come "The Chinese Way" o "True Believers". Nei Gizmodrome, King opta appunto per questa seconda tecnica, forse per non fare la figura del bassista stereotipato: il risultato è eccellente, solido e creativo e lui e Copeland formano una sezione ritmica di lusso. Ovviamente, il suo marchio di fabbrica si può comunque ascoltare in brani come "Spin This" e "Summer's Coming" ma il fatto che non sia così persistente la rende molto più apprezzabile. Per chi è appassionato di rock classico, il nome di Adrian Belew non necessita di presentazioni: chitarrista e cantante geniale al servizio di Frank Zappa, David Bowie, Talking Heads, Tom Tom Club, King Crimson, Nine Inch Nails (tanto per fare alcuni nomi) e con una sua carriera solista di grande prestigio. Come già accennato, in questo album il ruolo di cantante solista è affidato a Stewart Copeland e la voce di Belew quasi non si sente, se non schiacciata giù nei cori. Questa scelta, apparentemente inconcepibile, riesce ad evitare di cadere nel tranello del supergruppo, togliendo l'ascoltatore dalla zona comfort che l'avrebbe legato una voce famosa e distinguibile come quella di Belew. Comunque, se Ade canta poco, la sua chitarra canta molto ed è uno degli elementi più riconoscibili del disco, con alcuni assolo memorabili, tra i quali si segnalano quelli su "Stay Ready" e "Amaka Pipa". Infine, il gruppo è completato da un Italiano: Vittorio Cosma, tastierista e arrangiatore attualmente membro degli Elio e le Storie Tese ma già in passato con Premiata Forneria Marconi. Cosma è un personaggio sicuramente meno conosciuto a livello globale degli altri tre ma con delle capacità tali che non lo fanno sparire di certo accanto a loro. Le tastiere e gli arrangiamenti di Cosma sono un punto solido di tutto l'album e, a dire il vero, l'idea di formare i Gizmodrome è partita proprio da lui, amico di lunga data di Stewart Copeland e suo collaboratore da un bel po' di tempo. Non deve stupire, quindi, che il disco stesso sia stato registrato in Italia, agli studi Officine Meccaniche di Milano e che sia prodotto da Claudio Dentes, ovvero l'Otar Bolivecic che ha lavorato a diversi album di Elio e le Storie Tese. A dire il vero, Elio stesso compare come ospite in un brano: l'africaneggiante e spassosa "Zubatta Cheve" che non avrebbe certo stonato all'interno dell'album "Figgatta de Blanc" degli Elii.

L'album, come già accennato, ha un piglio molto leggero e divertente, grazie soprattutto ai testi ironici e scanzonati di Copeland e alla sua interpretazione. Tra i brani migliori, oltre alla già citata "Zubatta Cheve", si segnalano le trascinanti "Stay Ready" e "Ride Your Life", la movimentata e ben costruita "Sweet Angels (Rule The World)", la potente "Amaka Pipa", l'orecchiabile "Man in the Mountain" e lo strumentale di chiusura "Stark Naked" che Copeland aveva composto ai tempi dei Curved Air e di cui si può ascoltare una versione completamente diversa sul disco "Live at the BBC". La produzione è generalmente buona con tutti i suoni nitidi e chiari ma in alcuni brani la voce è un po' troppo presente ("Strange Things Happen") e, forse più per via del mastering che del mixaggio, l'ascolto ad alto volume a volte risulta un po' affaticante e fastidioso. Comunque, musicalmente, ci si trova di fronte ad un prodotto accessibile e facilmente assimilabile, magistralmente eseguito e magistralmente arrangiato. Chiunque si aspetti un disco maestoso e artistico per via delle connotazioni con i King Crimson e per la portata delle persone coinvolte, è destinato a rimanere deluso: questa è musica senza pretese, anche se non superficiale. Di conseguenza, chi, invece, vuole semplicemente ascoltare un disco solido, fatto bene e che mette di buon umore, troverà pane per i suoi denti. Del pane molto gustoso e leggero.

martedì 3 ottobre 2017

Giulia Pratelli - Tutto Bene (Rusty Records, 2017)

Giulia Pratelli è una giovane, ma per nulla acerba, cantautrice toscana, giunta alla prova di questo "Tutto Bene"con un carnet di storie da raccontare davvero notevole. Per farlo, si circonda di nomi di un certo spessore, da Zibba a Diego Esposito, passando per uno dei più grandi drummer italiani (Fabio Rondanini, già con Calibro 35, Afterhours, ecc.), creando un pot-pourri in alcuni frangenti troppo eterogeneo ma comunque espressivamente concreto, valido, diretto. 
Il linguaggio è principalmente quello del pop nostrano, quello sempre un po' sottovalutato dalle radio, tagliando una bisettrice che partendo da Gino Paoli e Luigi Tenco arriva, ai giorni nostri, a Daniele Silvestri e Niccolò Fabi, senza tralasciare il periodo iniziale di Carmen Consoli e alcune uscite recenti di Marina Rei. Proprio un brano di quest'ultimo, realizzato assieme all'amico Max Gazzé, viene rivisitato dalla Pratelli in uno dei momenti più eclatanti del disco, una "Vento d'Estate" modernizzata ed elettrificata, tratteggiando quella cifra stilistica che è propria e unica di quest'autrice: la capacità di realizzare un sano electro-pop senza cadere in nessun stilema già sentito ("Resto Ancora Un Po'"). Musicalmente, abbiamo identificato dunque l'anima nazionalpopolare immancabile e della quale onestamente siamo un po' saturi, più che altro perché il mercato non è evidentemente in grado di accogliere con l'attenzione meritata nemmeno i progetti più degni, a causa di un disastroso sovrannumero di sforzi similari. 
Liricamente, Giulia ci prova a differenziarsi da altri autori, a tratti riuscendoci, comunicando una passionalità e una profondità di vedute che possono spiazzare se fatte combaciare con la realtà anagrafica.  "Nodi", "Se" e "Penelope" spiccano sicuramente, anche se non si distingue tra le undici tracce un episodio davvero superiore agli altri. 

Che dire, qualche singoletto di sicuro appeal radiofonico, una gran voce, testi scritti bene e brani arrangiati a dovere. Manca però qualcosa che sia in grado di farla uscire dal mare magnum, dal calderone di musica italiana e italiota. Speriamo che tutti gli elementi luminosi e di classe sparpagliati in "Tutto Bene" riescano ad essere convogliati in un seguito a maggior densità di originalità. Non una critica, ma un auguri

domenica 10 settembre 2017

Francess - A Bit of Italiano (Sonic Factory, 2017)

E' strano vivere in un periodo in cui gli artisti tentano sempre più di affermarsi con il revival, rivisitando il passato con una DeLorean e portandosi a casa momenti del nostro patrimonio musicale per consegnarlo ai posteri attualizzato. O scopiazzato. In ogni caso, sono scorciatoie che vengono prese sempre più spesso, ottenendo un lasciapassare per l'interesse dei media che trovano più facile commentare l'ennesima cover di Modugno piuttosto che analizzare una novità discografica sana e genuina. 

Francess, nome d'arte della ventottenne italo-giamaicana nata a New York Francesca English, ha dalla sua la multiculturalità genetica, ambientale, reale, e questo sicuramente la assiste nel portare a casa uno splendido risultato pur facendo l'ennesima riproposizione di vecchi classici italiani. Prima di tutto, si è permessa il lusso e l'audacia di rendere contemporanei brani ormai scolpiti nella roccia, immutabili, conosciuti anche fuori dal Belpaese così come sono, anche senza la necessità di adulterarli in qualche modo. In seconda battuta, l'ha fatto con testa e dignità, non scegliendo nuovamente vesti swing, jazz, orchestrali, ma andando a navigare nei linguaggi lounge, latini, tropicali, mantenendo l'elettronica protagonista, in primo piano, ma conservando una natura timida e poco aggressiva. Niente casse dritte da serata a Riccione, per intenderci. E così, tra una versione latin pop con chitarre in levare di "Attenti al Lupo" e una "Vacanze Romane" vagamente industriale, notturna, cerebrale, le sue reinterpretazioni in inglese colgono nel segno, andando a unire due mondi separati da un oceano con una traduzione dignitosa, che rispetta la metrica, e una voce clamorosamente azzeccata. Lo stesso avviene per Buscaglione ("Guarda che Luna"), Gino Paoli ("Il Cielo in una Stanza") e soprattutto "Vengo Anch'io No Tu No" di Jannacci, Dario Fo e Fiorentini, divertente nell'originale del 1967, divertente qui. L'inedito "Good Fella", che si legge nella cartella stampa essere una dichiarazione d'intenti / manifesto sul proprio modo di intendere la pluralità di input culturali a cui è sottoposta l'autrice, non risuona tra i migliori momenti dell'album, ma restituisce comunque l'immagine di un'artista fervida, visionaria, che potrebbe riservare per il futuro uno squisito album di musica originale contemporanea e in equilibrio tra più mondi. 

venerdì 1 settembre 2017

La Differenza - Il Tempo Non (d)Esiste (SMR/Universal, 2017)

Il tempo non desiste, il tempo non esiste.
Riflettendo su questi concetti richiamati dal titolo del quinto disco in studio degli abruzzesi La Differenza, ci viene automaticamente da considerarlo autoriferito. Il tempo non sembra essere passato in maniera troppo brusca da quando con un ottimo pezzo intitolato "Che Farò" ribaltarono i pronostici piazzandosi al secondo posto di Sanremo Giovani, riproponendo un sound più moderno ma che li identifica ancora appieno, senza progressioni evidenti ma neppure con passi falsi che possano inquadrare i ragazzi di Vasto come una band destinata a sfumare artisticamente. Il nocciolo della questione è proprio questo: per fare cinque dischi di pop elegante, senza seguire il mercato come bandierine sballottate dal vento, rimanendo sé stessi, occorrono più estro creativo e capacità tecniche di un J Ax qualunque, per fare un esempio di chi ha sempre cercato di appoggiarsi alle mode del momento. Ancora più palle servono per reinterpretare dieci brani altrui, pescando in acque profonde e senza scadere in scelte banali, e farli propri con tale maestria, coinvolgendo gli autori stessi, tra i quali citeremo in particolare Eugenio Finardi e Edoardo Bennato, rispettivamente con "Trappole" e "Tira a Campare". Il premio di compito più arduo e con il risultato più sorprendente lo vince la rigenerazione di "Le Louvre" di Garbo, in una ricostruzione dalle fondamenta vera e propria che ha coinvolto Enrico Ruggeri (autore dell'originale), disarticolando il suo scheletro anni '80 originario per ricoprirla di arditissime orchestrazioni. E vogliamo parlare di "Oh Oh Oh" di Faust'o, altra pietra miliare di quella scena che oggi quasi abbiamo dimenticato? 
Se dovessimo cercare il momento più radiofonico, incredibilmente ci dovremo accostare ai ritmi in levare di "Sole Spento" dei Timoria, riadattata con la collaborazione di Omar Pedrini che ne esce a testa alta anche dopo tutti questi anni. 
In tutto il disco, troviamo un solo inedito, intitolato "Molecolare". Nel suo abito di classe in salsa digitale, un po' retrò, ricorda un po' i primi Diaframma se avessero collaborato coi Bluvertigo, ma munita di una sua dignità data principalmente da una scrittura profonda e azzeccata, risuona come un chiaro messaggio: non stiamo solo omaggiando la storia della musica italiana, stiamo anche contribuendo a (ri)scriverla. 

Sicuramente siamo di fronte ad una band che non ha avuto il successo meritato, e si spera che un progetto di questa risma sia in grado di donare loro quell'attenzione che dopo Sanremo sembrava essere scemata. In ogni caso, siamo di fronte a qualcosa che vale la pena ascoltare con attenzione, senza la distrazione facile tipica degli ascolti in streaming. Dategli una chance.