domenica 10 settembre 2017

Francess - A Bit of Italiano (Sonic Factory, 2017)

E' strano vivere in un periodo in cui gli artisti tentano sempre più di affermarsi con il revival, rivisitando il passato con una DeLorean e portandosi a casa momenti del nostro patrimonio musicale per consegnarlo ai posteri attualizzato. O scopiazzato. In ogni caso, sono scorciatoie che vengono prese sempre più spesso, ottenendo un lasciapassare per l'interesse dei media che trovano più facile commentare l'ennesima cover di Modugno piuttosto che analizzare una novità discografica sana e genuina. 

Francess, nome d'arte della ventottenne italo-giamaicana nata a New York Francesca English, ha dalla sua la multiculturalità genetica, ambientale, reale, e questo sicuramente la assiste nel portare a casa uno splendido risultato pur facendo l'ennesima riproposizione di vecchi classici italiani. Prima di tutto, si è permessa il lusso e l'audacia di rendere contemporanei brani ormai scolpiti nella roccia, immutabili, conosciuti anche fuori dal Belpaese così come sono, anche senza la necessità di adulterarli in qualche modo. In seconda battuta, l'ha fatto con testa e dignità, non scegliendo nuovamente vesti swing, jazz, orchestrali, ma andando a navigare nei linguaggi lounge, latini, tropicali, mantenendo l'elettronica protagonista, in primo piano, ma conservando una natura timida e poco aggressiva. Niente casse dritte da serata a Riccione, per intenderci. E così, tra una versione latin pop con chitarre in levare di "Attenti al Lupo" e una "Vacanze Romane" vagamente industriale, notturna, cerebrale, le sue reinterpretazioni in inglese colgono nel segno, andando a unire due mondi separati da un oceano con una traduzione dignitosa, che rispetta la metrica, e una voce clamorosamente azzeccata. Lo stesso avviene per Buscaglione ("Guarda che Luna"), Gino Paoli ("Il Cielo in una Stanza") e soprattutto "Vengo Anch'io No Tu No" di Jannacci, Dario Fo e Fiorentini, divertente nell'originale del 1967, divertente qui. L'inedito "Good Fella", che si legge nella cartella stampa essere una dichiarazione d'intenti / manifesto sul proprio modo di intendere la pluralità di input culturali a cui è sottoposta l'autrice, non risuona tra i migliori momenti dell'album, ma restituisce comunque l'immagine di un'artista fervida, visionaria, che potrebbe riservare per il futuro uno squisito album di musica originale contemporanea e in equilibrio tra più mondi. 

venerdì 1 settembre 2017

La Differenza - Il Tempo Non (d)Esiste (SMR/Universal, 2017)

Il tempo non desiste, il tempo non esiste.
Riflettendo su questi concetti richiamati dal titolo del quinto disco in studio degli abruzzesi La Differenza, ci viene automaticamente da considerarlo autoriferito. Il tempo non sembra essere passato in maniera troppo brusca da quando con un ottimo pezzo intitolato "Che Farò" ribaltarono i pronostici piazzandosi al secondo posto di Sanremo Giovani, riproponendo un sound più moderno ma che li identifica ancora appieno, senza progressioni evidenti ma neppure con passi falsi che possano inquadrare i ragazzi di Vasto come una band destinata a sfumare artisticamente. Il nocciolo della questione è proprio questo: per fare cinque dischi di pop elegante, senza seguire il mercato come bandierine sballottate dal vento, rimanendo sé stessi, occorrono più estro creativo e capacità tecniche di un J Ax qualunque, per fare un esempio di chi ha sempre cercato di appoggiarsi alle mode del momento. Ancora più palle servono per reinterpretare dieci brani altrui, pescando in acque profonde e senza scadere in scelte banali, e farli propri con tale maestria, coinvolgendo gli autori stessi, tra i quali citeremo in particolare Eugenio Finardi e Edoardo Bennato, rispettivamente con "Trappole" e "Tira a Campare". Il premio di compito più arduo e con il risultato più sorprendente lo vince la rigenerazione di "Le Louvre" di Garbo, in una ricostruzione dalle fondamenta vera e propria che ha coinvolto Enrico Ruggeri (autore dell'originale), disarticolando il suo scheletro anni '80 originario per ricoprirla di arditissime orchestrazioni. E vogliamo parlare di "Oh Oh Oh" di Faust'o, altra pietra miliare di quella scena che oggi quasi abbiamo dimenticato? 
Se dovessimo cercare il momento più radiofonico, incredibilmente ci dovremo accostare ai ritmi in levare di "Sole Spento" dei Timoria, riadattata con la collaborazione di Omar Pedrini che ne esce a testa alta anche dopo tutti questi anni. 
In tutto il disco, troviamo un solo inedito, intitolato "Molecolare". Nel suo abito di classe in salsa digitale, un po' retrò, ricorda un po' i primi Diaframma se avessero collaborato coi Bluvertigo, ma munita di una sua dignità data principalmente da una scrittura profonda e azzeccata, risuona come un chiaro messaggio: non stiamo solo omaggiando la storia della musica italiana, stiamo anche contribuendo a (ri)scriverla. 

Sicuramente siamo di fronte ad una band che non ha avuto il successo meritato, e si spera che un progetto di questa risma sia in grado di donare loro quell'attenzione che dopo Sanremo sembrava essere scemata. In ogni caso, siamo di fronte a qualcosa che vale la pena ascoltare con attenzione, senza la distrazione facile tipica degli ascolti in streaming. Dategli una chance. 

lunedì 31 luglio 2017

Colouratura - Colouratura (Ian Beabout Productions, 2017)

Nella lirica, un "soprano di coloratura" è un soprano in grado di eseguire melismi su una parola o su una sillaba usando tutta la sua estensione vocale. Colouratura, americanizzato, è anche il nome di questo progetto formatosi nel 2016 e composto dal cantante e musicista Nathan James e dal produttore Ian Beabout, una sorta di Brian Eno e Bryan Ferry senza le tensioni interne, aiutati dalla loro fida schiera di musicisti.

Come, d'altra parte, suggerisce il titolo stesso, si tratta di un lavoro che spazia tra vari generi e colori, presentando una personalità poetica e melodica (cantautorato, folk progressive rock) a cui se ne contrappone un'altra più sperimentale e riconducibile alla musique concrète. Esemplificative del primo stile sono la title-track, "Sea Shanty" e "Until You Slip Away", brano impreziosito ulteriormente dai tormentati vocalizzi di Evyenia Karapolous, mentre la seconda faccia dell'album è rappresentata dai vari collage sonori sparsi per l'album, tra cui "Cacophony" che apre il disco, tutti realizzati con criterio e cura. Probabilmente, però, il brano più interessante è "Jekyll.Hyde" che, come il titolo stesso fa pensare, rappresenta perfettamente i due lati del disco. Il pezzo riporta un po' alla mente le sonorità dei Van der Graaf Generator, grazie anche al sassofono di Dave Newhouse, storico membro dei The Muffins e presenta una melodia che sulle prime appare ostica ma che, proseguendo l'ascolto del brano, viene digerita sempre di più, grazie anche alla costruzione in sé della composizione: molto intelligente, dinamica e con un ottimo assolo di sintetizzatore dello stesso James.

L'album, generalmente, ha una matrice molto seriosa, cosa dimostrata dai testi molto ponderati di James e da brani come l'appena citata "Jekyll.Hyde", la solenne e folkeggiante "Hymn" e gli inquietantissimi collage sonori di "Old Nightmares" e "The Other Side". Eppure, il disco si conclude con una rozza e sporca ripresa punk rock di "Questions", uno dei pezzi più pop e cantautorali, che riporta molto alla mente la scena finale del primo film di Shrek con il cast che canta la sua versione di "I'm A Believer"  dei Monkees, segno che il duo comunque non si prende totalmente sul serio e crea un'opera del genere soprattutto per il divertimento e il piacere di fare musica: in effetti, dopo un finale cacofonico, l'ultima cosa che si sente nel disco è un liberatorio "FUCK IT!" gridato dallo stesso James che capovolge interamente le atmosfere inquietanti e malinconiche che hanno pervaso tutto l'album.

Si tratta di un lavoro ben fatto e che riesce a scampare al rischio di retorica, proponendo composizioni di buon livello e fatte con gusto. È anche un disco che sopravvive a più ascolti, grazie alla sovrapposizione di materiale apprezzabile fin da subito e di altro che necessita di essere macinato ma che, non per questo, è di livello inferiore. Il mélange tra le due anime del disco, pur essendo estremo, si sposa perfettamente, anche grazie ad una sequenza particolarmente azzeccata. La buona resa dell'album è sicuramente aiutata anche dal cantato di Nathan James, dotato di una voce piacevole e molto espressiva, e dall'ottimo cast di musicisti, tra cui ricordiamo le chitarre di Ryan Smurthwaite e Damon Waitkus e l'ottimo pulsare ritmico di Brandon Collins e Connor Reilly. La produzione è decisamente appropriata sia nei brani più intimisti, sia in quelli più sperimentali, con diversi approcci che si rivelano sempre azzeccati. 

Attualmente, il duo ha iniziato alla lavorazione di un secondo album che, sicuramente, ascolteremo con molto interesse. Nel frattempo, potete acquistare questo disco, in copia fisica e digitale, su Bandcamp dove si possono anche leggere le interessanti e precise annotazioni di Beabout nella descrizione di ogni pezzo, atte a descrivere il processo compositivo e di produzione del disco.


Colouratura
Ian Beabout (sinistra), Nathan James (destra)


mercoledì 19 luglio 2017

Bob Balera - È Difficile Trovarsi (Dischi Soviet Studio, 2017)

Bob Balera è il nome d'arte di Romeo Campagnolo, ennesimo tassello della scuderia di Dischi Soviet Studio, label indipendente della provincia di Padova dei cui artisti già tante volte Good Times Bad Times ha parlato in passato. In comune con altri nomi del loro roster (Limone, Riaffiora, Francesco Cerchiaro ma non solo), Bob ha la passione per le parole, ironiche, autoreferenziali, qualche volta salaci, impegnate nel disegnare con caustica freddezza la propria visione di un rapporto di coppia, forse con un'altra persona, ma più in generale con ciò che lo circonda. Il linguaggio prescelto è un electro pop di classe, mai troppo radiofonico, innestato qualche volta su circuiti funk ("Serena"), altre volte su stilemi tipici della musica d'autore italiana ("Bologna", il pezzo forse più spontaneo, genuino e caratteristico di questo lotto). "Giorni di Cicala" riesce a suonare ruvida pur senza eccedere in esplosioni catartiche e fronzoli, grazie ad una band (che sembra chiamarsi I Bob Balera, per l'appunto) che sa il fatto suo in termini di arrangiamento, qualità strumentali e pathos aggiunto. E' nella new wave rivisitata in salsa anni zero di "Roma-Berlino" che Romeo dà il meglio di sé, utilizzando tematiche ormai sentite e strasentite senza assomigliare a nessuno, e permettendosi di chiamare in causa addirittura Pollicino in un afflato di poesia. Leggere il titolo di "Celentano" fa subito pensare all'Adriano nazionale, ma non a caso i suoi toni blues spiattellati su un ritmo incalzante e serrato richiamano le cavalcate che lo resero celebre, di nuovo attualizzandole seguendo un orientamento più moderno e moderato. 

Le dieci canzoni di questo "E' Difficile Trovarsi" giocano sui binari, rischiano, si prendono la responsabilità di dire cose difficili con semplicità e un estro quasi sardonico. La coerenza con cui sono state messe sul piatto, con una più che funzionale stesura della tracklist, regalano a questo pacchetto l'aspetto e il sapore di qualcosa di fresco, innovativo, arrivato al momento giusto. Le cose che vanno di moda ultimamente, certo, sono altre, ma non sarà certo questo a rendere meno gradevole un prodotto di grande livello, altrimenti si chiamerebbero tutti Thegiornalisti e non è quello che speriamo. 

giovedì 13 luglio 2017

Il Grido - Il Grido (Autoproduzione, 2017)

Specifichiamo subito: fare rock nel duemiladiciassette in Italia è talmente demodé che rischia anche di sembrare una cosa più figa di quanto lo fosse dieci anni fa. Definirsi "alternative", invece, ha perso ogni appeal. Il Grido ci provano: sferzano, picchiano, si sbracciano, scelgono suoni ruvidi, ed è sicuramente la loro forza, anche se non è solo l'impatto a fare di un disco rock un vero monolite sonoro. Servono anche le idee, e forse intitolare un pezzo "Amsterdam (Hai Una Cura Per Me?)", per alcuni - non per noi - può sembrare imbarazzante, una cosa da lasciare a J Ax per intenderci. Di fatto, in realtà, questa è una canzone con un gran tiro, ma letto il titolo avevo ragionevolmente avuto timore di sentirmi qualche trovatina per adolescenti strafatti.
Lasciandoci alle spalle questo incipit che investe questi ragazzi come la wrecking ball di Miley Cyrus ma senza una tipa nuda sopra, andiamo ad individuare il valore del disco. "Gospel per Chinaski" e "Dichiarazione d'Indifferenza" sono i brani un po' più tiepidi, diversi, con trovate anomale e derive bizzarre, per certi versi il nadir e lo zenit di questo self-titled. "Lividi" è una riuscitissima cascata stoner, "La Canzone di Merda" è un treno che ti investe a 300 km/h e trova anche il modo di riderci sopra. "Un Briciolo di Noi" ha il ritornello più catchy dell'intero lotto, ma mi viene difficile immaginarmela in radio, ed è una fortuna visto che evidentemente l'obiettivo di questi ragazzi romani è un altro: spaccare e sfasciare tutto, da veri rocker. "Con Un Soffio" prova la svolta acustica, e funziona molto bene, in particolare i feedback finali che lasciano intravedere qualche elemento più sintetico. Non mi va di tralasciare un dettaglio fichissimo: la copertina.

L'approfondimento di questa recensione, ci rendiamo conto, è forse un po' superficiale. Bisogna capire, però, che la storia della musica è fatta di innovatori, e momentaneamente, nel rock, non c'è rimasto assolutamente un cazzo da aggiungere. Poi loro, Il Grido, suonano molto bene, ricordano i primi Ministri con un bagaglio tecnico molto più ampio, o forse i primi Litfiba con un po' di modernità in più nei testi (ci mancherebbe...trent'anni dopo), e quindi ce li faremo bastare, aspettando che quelle influenze elettroniche inserite col contagocce gli permettano di esplorare un territorio un po' più attuale e dimostrare che le palle già tirate fuori qui sono pure grosse.

Lo Yeti - Le Memorie dell'Acqua (SRI Productions, 2017)

Pierpaolo Marconcini è il vero nome de Lo Yeti, musicista emiliano che ha deciso di esordire in questo artisticamente spoglio duemiladiciassette italiano con un lavoro di nove brani intitolato "Le Memorie dell'Acqua". La prima sfida durante l'ascolto è stata quella di capire se fosse una strizzata d'occhio oppure una critica all'omeopatia, ma non si tratta certo di questo: fin da subito, si percepiscono le origini rock del trentaquattrenne bolognese, ben spalmate tra Wire, Pavement e Wilco, gli elementi meno noise (lo so, è un paradosso...) dei Sonic Youth, per poi arrivare in Italia tra Mauro Ermanno Giovanardi, Moltheni, qualche sferzata più grunge - nelle intenzioni più che nei suoni (Ritmo Tribale, Estra) -  e infine aderendo a quell'obbligo morale di ogni buon progetto rock italiano che sembra essere, ultimamente, quello di avere un arco in formazione. A suo favore, in questo senso, va senza dubbio la scelta di Daniela Savoldi, violoncellista ed autrice italiano-brasiliana già al lavoro con molti nomi di chiara fama nella musica underground (Le Luci della Centrale Elettrica, Le Man Avec Les Lunettes, Mannarino) ma anche nel mondo più mainstream (Paola Turci, Nada), e che impreziosisce molto arrangiamenti a tratti spogli se pur completi e complessi nella loro rudimentalità. "Santa Madre dei Miracoli" ha un sapore folk'n'roll, quasi bucolico, distante dalle effusioni rockabilly sbarazzine e sentimentaliste che ammorbano molti progetti analoghi, e con un'ottima narrazione. Il contesto blues è qui solamente introdotto, ma viene sicuramente approfondito meglio nel breve pezzo di chiusura "Sotto Effetto della Luna", pungente ma etereo quanto basta per lasciare una scia emozionale positiva al termine del'ascolto, e chi lo sa, fare da rampa di lancio per un secondo disco che riprenda proprio da qui.
Il testo di "Anidride" è un trip che procede per immagini e metafore, e ben si attaglia all'ironia spontanea di "Rita", entrambi, questi, brani dove l'interpretazione vocale supera la qualità del songwriting strumentale. L'equilibrio tra le due parti è comunque spesso ben rispettato, ed è proprio questo a svolgere un po' la matassa durante il disco, rendendolo più leggero e digeribile. 

Esternare le proprie sensazioni non è facile, soprattutto se lo si vuole fare in musica e con un primo lavoro che potremo definire proemiale. Marconcini sembra in grado di farlo, non risultando banale, non finendo per incarnare l'ennesimo innamoramento per il turpiloquio cantautoriale, circondandosi delle persone giuste (basti pensare a Pierluigi Ballarin e al più che distinguibile contributo da lui offerto qui), facendosi una promozione non urticante ma settoriale, ricavandosi in definitiva una nicchia che lo glorifichi più che lo divori. "Le Memorie dell'Acqua" è sicuramente autocelebrativo, ma in un certo senso è questo elemento autoreferenziale a dargli pasta, grana, ricchezza di trama, sostanza. Un gran bel colpo di scena.

giovedì 6 luglio 2017

Monica Shannon - Ali (Monica Shannon, 2017)

Nella "carriera" di un ascoltatore compulsivo di musica di ogni genere e fattezza, sopraggiunge fatalmente il momento di chiedersi se il disco in riproduzione ha senso o no, se le soluzioni trovate sono originali o meno, e in caso da dove prendono spunto. Questo non viene fatto solamente per il sacrosanto dovere di tracciare delle direttive biografiche dell'artista quando si scrive una recensione, ma anche perché più si fanno numerosi gli album e i progetti discografici conosciuti, più alta è per forza di cose l'asticella dell'accettabile, del gradevole, del sopportabile. La scena italiana è ormai ridotta ad un cumulo di macerie, dove imitare male il peggiore dei Venditti è ancora una scelta commercialmente redditizia (Thegiornalisti), e in generale risulta un mondo di emulatori squallidi che non si pongono più il problema della ricerca.
Perché questa pappardella per descrivere il lavoro di una cantautrice come Monica Shannon, valida interprete dalla voce discretamente pop e uno spettro timbrico di tutto rispetto? Risposta semplice: i Cranberries sono defunti ben prima di sciogliersi, e non sono certo migliorati dopo la reunion, neanche se ci mettiamo i motivi celtici che tanto vanno di moda da quando il paese della Guinness ha iniziato ad investire in feste della birra che ci ammorbano con prezzi folli e musica Irish suonata da tutti quelli che non sono irlandesi, ad ogni San Patrizio. Freddezza e schiettezza a parte, occorre ora analizzare quanto propongono questi nove brani, di cui due cover ("Forbidden Colours" di Ryuichi Sakamoto e David Sylvain, e "L'Isola delle Fate" del meno noto Stefano Pulga), peraltro ottime rivisitazioni in particolare per l'utilizzo pienamente consapevole dell'espressività della voce per trattare temi delicati come l'omosessualità. "Butterflies in the Garden" è il momento dove le atmosfere celtiche risuonano di più, e meglio, impreziosite non tanto dal violino ma da un supporto percussivo più che degno, con incastri ritmici semplicistici ma di grande impatto, e un arrangiamento equilibrato seppur sostanzioso, un po' come in "Light". "Not So Far From Love" rammenta invece troppo i già citati Cranberries, seppur nella loro forma più smagliante (il rock di "No Need to Argue") . "Boundless Space" parla d'amore con grande coraggio e sentimentalismo, risuonando subito in testa come una bella cantilena per bambini, ed è in sostanza il pezzo più esplicitamente popolare. L'apice della vocalità di Monica si raggiunge però quando si naviga in lidi più jazz, fusi con un folk meno canonico e più tecnico, ed accade in particolar modo in "Something You Should Know", ancora una volta un brano romantico, dove spicca non solo la profondità della voce, ma anche un ottimo contributo al sassofono. 

Capiamoci, nonostante le stilettate iniziali potessero far pensare ad un disastro, il disco è ben prodotto, ben mixato e masterizzato, congeniale alle capacità della Shannon e in grado di far risaltare appieno tutte le sue caratteristiche vocali e artistiche. Non sarà nulla di nuovo, ma è fresco e realizzato in maniera impeccabile. In sostanza, se vi piacciono i generi e i riferimenti citati, fa sicuramente per voi, mentre se volete trovare materiale non derivativo e totalmente nuovo dovrete rivolgervi giocoforza ad altri interpreti. Seguiremo comunque gli sviluppi della carriera di quest'artista che sicuramente sa raccontare qualcosa con la sua voce, come un cantautore dovrebbe ancora saper fare senza parlare per forza di social network, droghe e gossip.

venerdì 12 maggio 2017

Diego Esposito - ...E' Più Comodo Se Dormi Da Me... (Rusty Records, 2017)

Partiamo dal "Vecchio Eliporto", titolo della terza traccia di questa mezzora scarsa di lavoro del cantautore toscano Diego Esposito, per un'analisi contenutistica di questo suo esordio. "...E' Più Comodo Se Dormi Da Me..." è un racconto di stampo letterario messo in musica, dove sicuramente contano più le parole degli arrangiamenti, i quali comunque non si lasciano sgretolare e mettere in secondo piano dal protagonismo dell'autore. Nucleo di questo album è certamente il termine "viaggio", inteso sia come spostamento fisico ma anche come evasione dal quotidiano, volo pindarico, flusso di coscienza. Ci sono le donne, che riportano l'attenzione sullo stampo autobiografico di questa opera, ma anche la propria terra ("Toscana"), raccontata con il distacco critico e la nostalgia di chi ha cambiato casa trasferendosi in un luogo molto diverso (Milano). Ciò che colpisce è comunque il modus operandi, la tipologia delle parole prescelte, l'assenza di virtuosismi fuori fuoco: Diego sa colpire con l'ironia senza esagerare con il lessico, rimanendo terra terra senza banalizzare nulla. Andando oltre, i musicisti, tutti validissimi, colorano pezzi di natura cantautorale classica in maniera piuttosto moderna, senza mai eccedere nell'attualizzazione di stilemi che hanno senso solo se lasciati coincidere con la tradizione. Si pensi ad esempio all'inclusione di archi e fiati, orchestrazioni che nell'epoca degli onnipresenti sintetizzatori stanno abbandonando l'orecchio meno allenato degli ascoltatori casuali, ma che invece qui calamitano l'attenzione regalando agli strumentisti più spazio del necessario. Una nota di merito va anche alla durata, misurata scientificamente per non annoiare.
Esposito, con l'ingenuità smaliziata di chi sta dando in pasto ai lupi il primo sforzo discografico, colpisce nel segno e mai come stavolta NON ci sembra forzato il termine "cantautore" per definire chi sa scrivere una canzone, in un periodo in cui di questo nome si fregiano cani e porci. 

giovedì 20 aprile 2017

Margherita Zanin - Zanin (Platform Music, 2017)

"Zanin" della savonese Margherita Zanin è una recente uscita discografica di Platform Music, etichetta indipendente lombarda nuova di zecca. Una pubblicazione non attualissima, che soffre un po' per le influenze antiquate (blues, canzone d'autore italiana fuoriuscita delle prime edizioni di Sanremo, rock folkloristico statunitense), un po' per l'alternanza linguistica inglese-italiano che continua ad essere sempre più canonica nei lavori di artisti particolarmente giovani, vuoi per la maggior consapevolezza nell'uso della lingua anglosassone, ma anche per quella visibile confusione identitaria che permea un po' tutto il mondo musicale odierno nel nostro paese, più teso ad imitare che a creare. A sopperire alle mancanze causate da queste debolezze, intervengono il calore della voce dell'interprete, la precisione chirurgica di alcuni innesti strumentali, gli arrangiamenti generalmente azzeccati e ben concepiti. Nell'eterogeneità del prodotto, che rimane evidente nonostante ogni singolo pezzo sia ben oltre la sufficienza, spiccano momenti tra loro collegati  da una sana matrice emotiva ("Piove", "Travel Crazy"), ma anche una sorprendente attualizzazione di "Generale" di Francesco de Gregori, pallino di molti negli ultimi decenni ma pane per i denti della ventitreenne Margherita, che la fa sua in una maniera del tutto originale. 

Ciò che non si capisce di questo lavoro è la finalità, l'obiettivo. Si vuole fare pop, richiamando l'esperienza ad Amici, oppure si vuole stupire con un prodotto underground? Il risultato è borderline, ondivago, galleggiante tra i due estremi, e ciò lascia spazio ad un giudizio un po' ambiguo: da un lato, i cenni ad un'evidente formazione blues ci fanno sentire ed apprezzare una Janis Joplin dei nostri tempi, dall'altro i brani più acustici come "You're Better Out" non riescono ad emozionare. 
In ogni caso, viste le virtù tecniche di questa ragazza, è possibile vedere molto di più nei futuri dischi, e un album come "Zanin" può trovare posto nelle discografie di molti fanatici di tutto quello che sta in mezzo tra Celentano, la Vanoni, Bob Dylan e Patti Smith.

mercoledì 5 aprile 2017

Michele Cristoforetti - Muoviti (Stivo Records, 2016)

Michele Cristoforetti è un nome pressoché sconosciuto nel panorama musicale italiano, ma non sconcerta nessuno reperire nel suo "Muoviti" una professionalità degna di artisti ben più navigati. Il suo è un cantautorato semplice, genuino, confezionato meticolosamente nei suoni e nelle parole, impreziosito da inflessioni dialettali trentine nella pronuncia che gli donano un'aria di spontaneità non indifferente. Dove non arriva a stupire è invece negli intenti di essere pop, un'urgenza espressiva evidente in molti punti della tracklist ma che sembra forzata, tradendo forse la vera ubicazione di genere che potrebbe essere la canzone d'autore classica à la Francesco de Gregori (di cui troviamo una timida ma convincente reinterpretazione di "La Storia Siamo Noi"). 
Il brano più pregno di sonorità rock tradizionali è il singolo "Sigaro Cubano", che vede anche la partecipazione alla chitarra di Maurizio Solieri, forse incidentalmente il momento più gioioso, divertente e spassionato, anche grazie alle influenze ska. Un altro pezzo degno di nota è "Il Mio Tempo", al primo ascolto già martellante, una profonda analisi interiore di spessore autobiografico. La rivisitazione di "Gente Metropolitana" di Pierangelo Bertoli, ultima delle due cover presenti nel disco, stupisce per la sfacciataggine e la leggerezza con cui si appropria della grande voce dell'interprete di "Sera di Gallipoli" e "Povera Mary", riuscendo a rendergli onore e a non risultare né un imitatore né un wannabe delirante. 
Il missaggio del disco, affidato al conterraneo Jacopo Broseghini dei Bastard Sons of Dioniso, è tagliente e preciso, forse un po' da smussare sulle frequenze alte, ma comunque azzeccato per la tipologia di prodotto. I contenuti molto intimistici lo rendono un album, come già dicevamo, non troppo radiofonico, ma nella scrittura Cristoforetti dà il meglio di sé e se qualcuno si ricorderà di questo lavoro sarà proprio per le parole.

domenica 2 aprile 2017

Rossella Aliano - Blood Moon (Autoproduzione, 2017)

"Una Statua sulla Cattedrale". Citiamo subito il pezzo più classico e tradizionale nel lavoro della siciliana Rossella Aliano, anche perché l'unico, al netto di inflessioni dialettali e riferimenti espliciti, a rivelare la provenienza della cantautrice. Il disco, in verità, ha pochissimi tratti siculi e mediterranei, e vira più verso una musica d'autore moderna, sporca di elettronica, lasciando da parte le influenze più folk, da decenni tipiche dei songwriter di queste terre. In "Ali di Ferro" subentra anche un gusto quasi omerico, una narrativa da epopea, che allontana le sonorità elettroniche sintetiche à la Battiato per rientrare nel mondo del folklore, già circumnavigato dalla stessa Aliano nel suo precedente progetto Liberadante. In generale, il punto forte del disco è sicuramente la virata verso suoni contemporanei, synth, beat, contaminazioni interessanti e che sferzano via il sentore di essere di fronte all'ennesimo racconto di paese messo in musica dal cantastorie di turno. L'interpretazione vocale è ottima, con un unico tasto dolente - la chiusura in inglese - e tantissimi picchi d'intensità. Non virtuosismo barocco ma sentimentalismo, convinzione nel messaggio, emotività. Il singolo "Giuda", come si addice ai brani tipicamente radiofonici, è ballabile, banale, ma rimane in testa, e le soluzioni ritmiche scelte appaiono semplicistiche quanto martellanti ed efficaci.
"Blood Moon" pecca di mancanza di entusiasmo, di dinamiche, di saliscendi emozionali. Risulta un po' piatto, anche nelle scelte estetiche extra-musicali, ma in ogni caso si presenta come un pacchetto interessante, sicura anticamera di qualcosa di più denso e concreto. 

Charlie - Ruins of Memories (Incadenza, 2017)

"Ruins of Memories" di Carlotta Risso, aka Charlie, parte azzoppato da un titolo leggermente maccheronico, anche se meno della media e con dalla sua parte un'aura di evocatività. Del resto, chi sa l'inglese in Italia? Detto questo, il prodottino della giovane cantautrice genovese trasuda freschezza e genuinità post-adolescenziali, pur con un pesante fardello ideologico che sembra fare capolino dietro gli arrangiamenti più americani: portare in Italia il folk, il country e la musica d'autore statunitense senza farla sembrare né derivativa né scopiazzata. Il risultato è un po' a metà strada, ma sarebbe indelicato parlare di un brutto lavoro.
I punti di forza sono sicuramente l'immediatezza e la spontaneità dei brani. Si perché questo "RoM" è in grado di rimanere in testa già dal primo ascolto e per quasi tutta la sua durata, in particolar modo i ritornelli e le linee vocali che si sforzano di più di uscire dagli stilemi stereotipati dei generi affrontati ("Cigarette", "Superior"). Il range di suoni e di stili è molto ampio, a tratti quasi bizzarro, ma i momenti migliori sono quelli folk ("Ash and Arrow"), complice un'interpretazione impeccabile di tutti gli strumentisti.
Dove non arriva a stupire, Charlie ha dalla sua una personalità forte e un songwriting maturo, sebbene nel complesso il disco lasci un po' l'idea di aver ascoltato i Cranberries di "No Need to Argue" con un po' di Bob Dylan e Deborah Allen. E' un po' difficile, solo con questo materiale, capire se ci saranno evoluzioni di portata storica o dischi-replica che lasceranno il tempo che troveranno, ma per adesso la Risso se la scampa con una buona sufficienza complessiva, e un certificato d'eccellenza per quanto riguarda la sua vocalità. 

venerdì 17 febbraio 2017

Karbonica - Quei Colori (Zimbalam, 2016)

Sono già parecchi anni che il panorama musicale siciliano sembra vivere un proprio Rinascimento, con progetti di diversa estrazione e tipologia, uniti però dalla cura al dettaglio e sicuramente da una tendenza alla contaminazione. Sarà l'aria che si respira nella provincia dell'impero, in un'isola caleidoscopica ma insieme cupa, lambita da venti africani che ne influenzano finanche i connotati culturali, ma ciò che esce da questa terra così lontana dal Nord iper-industrializzato è sempre più sovente sinonimo di qualità. In merito ai Karbonica, bastano artwork, definizione dei suoni, precisione del mastering e strategie promozionali selezionate a capire che ci sono dietro ragazzi con la smania di raggiungere un obiettivo, insomma, di spaccare. 
Addentrandoci nell'analisi di questo "Quei Colori", ci imbattiamo subito nella sua struttura monolitica, dieci brani diretti al cuore, intensi, con pochi momenti di distensione ben piazzati a sciogliere i nervi. Liricamente, si tende al testo impegnato, ma senza eccessi populistici o pomposi, come sa mettere in musica in maniera impeccabile solo un nativo di queste terre ("Pezzo d'Africa", "La Tua Rivoluzione"). Sonorità piuttosto moderne ("Ti Racconterò", "Scappo Via") attualizzano un sound tendenzialmente piantato fermamente negli anni ottanta (la title track, che può ricordare i primi Diaframma o Litfiba, ma anche "La Tua Città"). I Karbonica, comunque, funzionano meglio quando tentano di avvicinarsi ai costumi musicali degli ultimi tempi, abbandonando i linguaggi grunge, hard rock e new wave. Questo è fondamentalmente il loro limite (anche un po' il look à la primi Timoria), lasciando trasparire che con una bella operazione di sacrosanto ammodernamento potrebbero trovare il loro posto fisso nell'olimpo dell'alternative/indie rock italiano, uscendo dalle retrovie. Per ora, sembrano aver paura di saltare dal trampolino, sebbene in tribuna gli astanti siano tutti sicuri delle loro possibilità.  

mercoledì 8 febbraio 2017

My Escort - Canzoni in Ritardo (autoproduzione, 2017)

"Canzoni in Ritardo" è forse uno dei lavori con la copertina più calzante vista nell'ultimo periodo, soprattutto per chi è stato pendolare almeno per un breve lasso della propria vita. Oltretutto, di questo disco dei vicentini My Escort ci sono tracce online che partono dal 2015 e arrivano ad oggi, facendo pensare al titolo come a una specie di inside joke dato che giunge all'attenzione di molta parte della stampa solo due anni dopo.
Addentrandosi nella musica, dove la mano esperta del produttore artistico Matteo Franzan risulta ampiamente percettibile, scopriamo che l'asso nella manica del quartetto è un'effervescente ed esuberante mistura di sentimentalismo e alta cultura musicale, il tutto rimescolato in un pop trionfale, delicato e levigato. Molte le riflessioni sui rapporti interpersonali, ben interpretate dal frontman Alessio Montagna, ottimo anche dietro il piano, evidentemente un tema toccante e affrontato con tatto, come si ode e comprende in "Le Cose Non Cambiano". Da quest'ultima, risalendo a priori la setlist dal basso, raggiungiamo il singolo "Riflessi", sulla fugacità del tempo, rilettura romantica e per certi versi oscura dell'ormai storicizzato concetto del "carpe diem". Uscendo dal sentiero del pop incappiamo con sorpresa nel funk sbilenco ed accennato di "Privé", un fiume in piena con continue punzecchiature mordaci e una forma allusiva di sotterraneo humour nero.

Il disco, di per sé, è confezionato molto bene, sia a livello di suoni che di setlist, mettendo in riga dieci pezzi di innegabile classe in una sorta di crescendo emotivo. Ripetendo doverosamente gli ascolti, si inizia però a perdere un po' di concentrazione, per la monotonia di alcune soluzioni a livello di arrangiamento, che rendendo il linguaggio pop più flebile, disorientando riguardo il vero obiettivo dei compositori. Si voleva vendere o fare un prodotto di qualità? O entrambi?
In ogni caso, ci siamo abituati ad una deludente scarsità di opere discografiche siffatte negli anni dieci e speriamo, dunque, di poter ascoltare altro materiale molto presto da questi ottimi autori.

domenica 22 gennaio 2017

Alea - Spleenless (Luna Rossa Records, 2016)

La cantautrice pugliese Alea, nome d'arte di Alessandra Zuccaro, esordisce sulle scene con "Spleenless", un'opera di una maturità quasi contrastante con l'età anagrafica ed artistica, vocalmente in bilico tra il pop e il soul della Winehouse ma, anche qui come la compianta autrice di "Rehab" e "Back To Black", con frequenti capatine nel jazz, nel ragtime, nel blues, complice la mano esperta del songwriter e pianista Pasquale Carrieri
Fin dal suo principio, il disco trasuda tutto il retaggio storico del proibizionismo, le notti passati nei jazz club più nascosti di New York, l'amore per la vocalità di Ella Fitzgerald, soprattutto in "Relais?". A completare il quadro intervengono anche brani più leggeri e divertenti, come "Motivetto", utile a mettere allegria in un lavoro principalmente molto noir, alla continua ricerca di sensazioni pulp. "Miss Celie's Blues" è invece la reinterpretazione di una nota canzone di Tata Vega, guarda caso dal Queens, presa dalla colonna sonora della celebre pellicola "Il Colore Viola". La scelta di intercalare una cover in questa tracklist interamente originale risponde alla precisa esigenza, apparentemente insita nel DNA della Zuccaro, di allacciarsi al mondo del cinema con una voce perfetta per lo scopo. 

Alea può sicuramente crescere, esplorando i tasselli più scanzonati del suo repertorio oppure individuando nelle tinte scure la cifra stilistica che ne accompagnerà la carriera. Farà le sue scelte, ma nel frattempo ci godiamo un album di grande classe e che brillerà sicuramente per diversi mesi nei campionari discografici di genere.